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Riorganizzazione aziendale fittizia e intento ritorsivo: reintegra del dipendente


Il dipendente licenziato per ragioni ritorsive in seguito ad una presunta riorganizzazione rivelatasi poi fittizia, può essere reintegrato nel posto di lavoro essendo il recesso nullo.


Il Tribunale di Roma, pronunciando in merito all’impugnativa di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, dichiarava illegittimo il recesso ed, in applicazione della tutela ex art. 18, comma 5, della legge nr.300 del 1970, dichiarato risolto il rapporto alla data del licenziamento, condannava la parte datoriale al pagamento di un’indennità risarcitoria pari a 22 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori.
La Corte di Appello di Roma dichiarava nullo il recesso perché ritorsivo ed applicava la tutela di cui al comma 1 dell’art. 18 cit.
La Corte territoriale escludeva la sussistenza del giustificato motivo oggettivo posto a fondamento del recesso (soppressione del posto di lavoro), osservando come la riorganizzazione aziendale, solo programmata e delineata, non fosse stata, nei fatti, attuata, come dimostrava il lasso temporale tra la comunicazione formale della soppressione della funzione di direzione risorse umane ed il provvedimento di licenziamento.
I giudici di merito osservavano, altresì, come, dopo il licenziamento, la funzione svolta dal ricorrente venisse assegnata ad altro lavoratore e ciò a conferma dell’insussistenza della ragione organizzativa posta a base del recesso.
L’intento ritorsivo era, invece, dimostrato, tra l’altro, dalla cadenza temporale degli eventi rilevanti in causa; fra questi, la richiesta di rivendicazioni economiche connesse ad un diverso inquadramento e la manifestata volontà di usufruire di un periodo di malattia che precedevano la determinazione di recesso.
La società ha proposto ricorso, affidato a sette motivi. La sentenza impugnata, sarebbe incorsa in due errori: il primo, rappresentato dal fatto di aver posto il licenziamento in collegamento causale con la riorganizzazione, mentre vi era stata una seconda riorganizzazione, avviata, all’inizio del 2014, dal nuovo direttore generale, del tutto pretermessa in sentenza; un secondo errore, originato appunto dalla prima confusione, sarebbe consistito nel non aver valutato che, all’interno della seconda organizzazione generale ve ne era stata una specifica che aveva coinvolto in particolare la funzione delle risorse umane.
La Corte non avrebbe considerato la riduzione del numero complessivo del personale occupato e, in particolare, delle unità in forza all’ufficio amministrazione del personale ciò a dimostrazione che il licenziamento impugnato non era isolato e ad personam ma si inseriva nel contesto della riorganizzazione medesima.
La sentenza impugnata neppure valutava la circostanza che il trattamento economico riconosciuto al ricorrente, nonostante il suo inquadramento come quadro, già fosse di molto superiore al minimo di garanzia stabilito per i dirigenti (sicché doveva ridimensionarsi il significato, invece, attribuito dai giudici di merito alla proposizione della domanda di superiore inquadramento).
Secondo la Cassazione le sopra esposte ragioni sono integralmente volte a criticare la ricostruzione della fattispecie concreta operata dalla Corte territoriale laddove ha ritenuto, in primo luogo, insussistente la ragione organizzativa posta a fondamento del licenziamento per giustificato motivo oggettivo e, quindi, accertato, sulla base di ulteriori elementi di giudizio, un «quid pluris» ovvero l’intento ritorsivo, sotteso alla decisione datoriale di espulsione del lavoratore.
Nella fattispecie, le circostanze di fatto che si assumono non esaminate, per un verso, risultano tutt’altro che omesse dalla Corte di appello di Roma, salvo condurre ad un esito diverso da quello auspicato dalla parte ricorrente, per altro, non sono decisive. Va, infatti, esclusa la decisività del fatto quando, come nel caso di specie, si imputa al giudice di merito l’omissione di una pluralità di fatti, nessuno dei quali – evidentemente – ex se risolutivo, nel senso dell’idoneità a determinare il segno della decisione (Cass. nr. 21439 del 2015).